Gil Alvarez Carrillo, detto Egidio

un racconto di Andrea Bizzarri

1.
Era passato da pochi giorni l’anno 1360 e il cardinale Albornoz, sotto il suo mantello di ermellino, scrutava quella che la maggior parte delle genti chiamava la valle di Orvieto. Era un suo vezzo passeggiare nella estrema landa a nord est sulla rupe. Quel gelido inverno rendeva ancor più amabile la veduta dello strapiombo, zeppo di muschio e radici ormai secche, che pareva uno di quegli ambienti infernali descritti qualche decennio prima da quell’Alighieri da Firenze, in quella fortunata commedia che aveva composto e che aveva avuto l’ardire di chiamare divina.
Da quel punto poteva ammirare il lavoro catoniano compiuto dal fiume nello scavare una vallata così ben fatta. Ingannava addirittura la vista dei suoi osservatori, confondendo i colori a ogni stagione degli anni che, inesorabili, trascorrevano.
Il prelato aveva passato la cinquantina e, per quanto fosse chiaro alla maggior parte del popolo che aveva giurato fedeltà al Vescovo di Roma, ancora non aveva ben nitido il motivo per cui si trovasse ancora una volta nell’Umbria, non che ne fosse dispiaciuto. Come tutte le cittadelle dell’italica penisola, anche Orvieto aveva finito per ricordagli Carrascosa del Campo, il suo villaggio natale nel cuore della Spagna, popolato da nemmeno seicento anime. Ma l’etrusca locazione, si rese ben presto conto, era quella che più ravvivava la nostalgia. Qui le genti erano più che mai semplici e generose e, per quanto fosse popolosa quasi quanto Roma, in quella Orvieto si respirava il calore umano peculiare dei piccoli centri in collina dove, oltre al pascolo del bestiame e la coltura del buon vino e dell’olio, le persone se avessero potuto, avrebbero messo a disposizione del viandante di turno anche le mura domestiche.
Gil se lo domandava spesso. E si domandava sovente anche per quale motivo avrebbe dovuto farsi chiamare Egidio. Vostra Eminenza Egidio Albornoz. Mi servite qui, gli aveva detto anche Innocenzo VI, non fatevi più chiamare con quel nome spagnolo! Ora siete un cardinale dello Stato Pontificio e vi occorre un nome che possa rappresentare la giustificazione del sangue che la popolazione verserà per voi in nostro nome. Nessuno si sacrificherà mai per chi si farà appellare come proveniente dall’Ispania. Suvvia, non siete più a Toledo! Non temete, Vostra Eminenza, a tempo dovuto sapremo ricompensarvi. Ora dobbiamo annettere e fortificare a difesa delle conquiste della Chiesa. Dobbiamo riprendere ciò che è nostro. Voi solo sapete farlo così bene.
Ma lui, l’eminentissimo, il cardinale guerriero, così com’era conosciuto ai più, sovente non ne voleva sapere e sperava che prima o poi una qualche voce lo avrebbe indotto a voltare il capo sentendosi ancora chiamare Gil.
Voi mi servite qui. Il progetto per cui era stato investito stava per compiersi, mancavano pochi anni oramai a completare l’asse che avrebbe difeso la sovranità della Chiesa. Il Papa lo aveva scelto perché lui solo poteva riuscirvi: una serie di fortificazioni significanti la supremazia di tutto ciò che lui rappresentava. Un asse inamovibile che dalla Romagna correva fino a Roma. Finalmente tutti i popoli erano stati riassoggettati, grazie alle sue imprese militari e all’esercito di mercenari che egli stesso aveva assemblato, e ora non rimaneva che rendere solido l’atto compiuto. Una volta esaurita quella che egli stesso chiamava col nome di politica delle rocche, che tanto piaceva a Innocenzo VI, i papi sarebbero potuti tornare a succedersi a Roma, e lui aveva estorto la promessa di farsi assegnare in quel di Avignone. Per quell’impresa aveva ottenuto i titoli di legato e vicario generale degli Stati Papali in Italia, già da più di un lustro. Titoli che nessuno prima d’egli aveva mai assunto contemporaneamente. Quando tutte le fortificazioni fossero state ultimate, sarebbe stato sicuramente il candidato più probabile a Vescovo di Roma. Sorrise a quest’ultimo pensiero. Lui che neanche era mai entrato in seminario la cui carriera ecclesiastica gli era piovuta dal cielo in eredità da suo zio, l’Arcivescovo di Toledo. Avrebbe rifiutato. Avrebbe abdicato dando luogo a un gesto privo di precedenti.
Fu nominato Arcivescovo a soli ventotto anni e, sempre a Toledo, dette inconfutabili prove delle sue abilità nel combattimento e nella strategia militare, salvando la vita al re durante la battaglia di Rio Salado, contro i Mori a Cadice.
Quanto tempo era già passato da quel giorno e quante insidie nascondeva il mondo che metteva in dubbio la fede nel Signore. Erano tempi quelli in cui anche gli uomini di Chiesa non potevano esimersi dall’impugnare le armi e difendere a spada tratta quel potere spirituale che tanto era costato nei secoli.
Gil però non poteva più rimanere in Italia. Anche se la penisola aveva tanto da offrire e il clima era buono, specialmente per un uomo in avanti con gli anni quale lui era, lo Stivale gli stava stretto. La cagione risiedeva proprio nella politica di riconquista dei territori papali, quando essa era cominciata. Tutti i suoi luogotenenti e tutti quelli che lo osservavano, il Papa in primis, avevano compreso che in Romagna, a Forlì, il Cardinale non era stato quello di sempre. Era entrato trionfante nella Marca Anconetana, e aveva condotto una campagna vittoriosa su Faenza. Proprio a Faenza fu costretto a mettere in discussione i punti fermi della sua vita che finora lo avevano portato in trionfo su un ampio numero di fronti. Innocenzo VI fu costretto addirittura a bandire una crociata contro i Forlivesi, senza la quale Albornoz non l’avrebbe mai spuntata. Lo aveva richiamato in quel di Avignone e lo aveva tacciato persino di inefficacia.
Di ciò il Cardinale si era reso ben conto, perché fu a Faenza che Gil ricordò le tenerezze della sua mamma, Teresa che tanto lo amava, e che era un uomo in grado di provare ancora qualcosa. Fu a Faenza che riscoprì l’amore. Un amore che non poteva permettersi. Un amore segreto e passionale. Assolutamente vietato. Ma come poteva proibire Dio un’emozione così bella a chi lo serviva con tanta dedizione?
Il suo amore adesso era lì. Invisibile davanti ai suoi occhi. Sepolto sotto la Porta Soliana, con lo stiletto che aveva trafitto il suo cuore, avrebbe visto sorgere il sole per tutto il tempo che Iddio avesse consentito al mondo di esistere. Perché l’ennesima fortezza da edificare sarebbe sorta proprio dove lui ora stava passeggiando e avrebbe incastonato la Porta, facendo sì che nessun essere umano o divino fosse più stato in grado di riesumare quelle carni che lui aveva tanto adorato.

2.
Il freddo si fece pungente per via del sole che stava lasciando il suo posto nel cielo, ammesso che ci fosse stato il sole. Quel giorno pareva essere un tributo alle nubi. Non un raggio dell’astro che dava vita all’universo era filtrato sul territorio orvietano, avvolgendo la rupe e le sue genti in una coltre di nebbia che, per l’umidità in essa contenuta, si manifestava anche col freddo. Animato da pensieri e riflessioni che non riuscivano a nascondere il pericolo e l’imbarazzo di una vita spesa non nel migliore dei modi, nonostante le apparenze, si sentì come una stella spenta. Una stella che aveva brillato viva della luce del suo Dio al quale aveva votato la sua esistenza, pur senza vocazione, e che ora lo condannava inesorabilmente alla dannazione. Era certo che il suo peccato non sarebbe stato perdonato.
Gil rabbrividì sotto il mantello. Mentre fissava la Porta Soliana si sentì fuori dalla grazia del Signore e una lacrima rigò una delle sue guance scavate. Per la bassa temperatura se ne accorse subito e la asciugò con un guanto di pelle di cervo che teneva in mano.
Uno scalpitio di destrieri sul lastricato della piazza antistante il giardino dove sarebbe sorta la sua fortezza lo riscosse da quei turpi pensieri e subito uno dei suoi sgherri gli si parò davanti.
«Vostra Eminenza! Il Capitano del Popolo vi manda a dire che è disposto a un incontro e vi attende alla locanda de’ Lagresti, prima dell’imbrunire».
«Bene Bastiano», sentenziò laconico, accennando a un sorriso di cui quasi subito ebbe vergogna. Non aveva niente da fare in quel pomeriggio ferrigno, ma non poteva di certo mostrare il suo lato ironico a un mero servitore.
L’incontro con il reggente del Libero Comune di Orvieto, il Capitano del Popolo, non si era fatto attendere.
Mesi addietro, quel pusillanime aveva dichiarato, comiziando davanti alle sue genti, che Orvieto mai e poi mai si sarebbe assoggettata al potere temporale della Chiesa. Non sapeva, mentre si prodigava poco convinto in quella ridicola oratoria, che due componenti dell’esercito degli assassini di Albornoz, i più discreti in grado di passare inosservati all’interno di qualsiasi folla, erano lì a sentire i suoi discorsi.
Nemmeno avrebbe mai immaginato che nei due giorni a venire avrebbe ricevuto la visita del cardinale Albornoz in persona. In gran segreto si era intrufolato, opportunamente scortato, nelle stanze del Palazzo del Popolo dove risiedeva il Capitano e, ricordando a quest’ultimo che la sua dimora nasceva secoli addietro come palazzo papale, lo pose davanti a due scelte: subire e soccombere sotto l’invasione deleteria dei mercenari condotti dal prelato o fare la funzione di avamposto militare per gli stati della Chiesa.
Il Capitano piagnucolando implorò di avere salva la faccia, dato che erano trascorsi solo due giorni da quando aveva parlato agli Orvietani ostentando un cuore di leone. Gil, seppur spietato e deciso a qualunque costo a concludere l’asse che per longitudine avrebbe tenuto al riparo i territori ecclesiastici, andò incontro alla disperazione del politico e gli concesse di ricostituire la città in Libero Comune, che avrebbe accettato senza riserve il controllo della Chiesa. Quindi il suo. Inutile dire che il Capitano si bruciò le labbra a furia di baciare l’anello pastorale, prostrandosi e umiliandosi in una lunga e triste serie di gratificazioni, disdicevole persino per una cortigiana alle prime armi.
A Gil, risalito sulla sua carrozza anonima e priva di vessilli data la segretezza di quella visita, scappò un sorriso che aveva il sapore della vittoria e della rassegnazione. Con questa gente non è possibile uscire sconfitti, pensava il Cardinale. E conveniva anche, lui erudito sulla storia del diritto, che sarebbe bastato documentarsi sul passato per sapere cosa avesse in serbo il futuro. A tal uopo non riuscì a non pensare ai versi della Commedia di Dante, quando citava nel Purgatorio proprio quelle due famiglie orvietane che, pur prefigurando la futura rovina, non si astennero dal perseguire la pessima politica che li annientò un secolo prima. Già quella volta constatò che quell’opera sarebbe stata accolta di buon grado da tutti i popoli d’Italia.
Oggi aveva ripensato al poeta fiorentino e il rappresentante del Libero Comune si era nuovamente fatto vivo per discutere, o meglio accettare incondizionatamente, i presupposti di quello che più di un accordo era in pratica una resa.
Albornoz aveva congedato Bastiano che ora lo aspettava in piedi, pronto a spalancare la porta della carrozza. Il cardinale era rimasto fermo con gli occhi fissi sulla pariglia di bai che, per quanto erano ordinati nell’attesa, parevano un monumento equestre. In verità non era attratto dai cavalli, almeno non in quel momento. Stava solo riflettendo su come la storia a volte possa ingannare i suoi studenti. Una delibera tanto importante, la costruzione della penultima rocca che avrebbe terminato quell’asse difensivo che correva seguendo gli Appennini, si sarebbe decisa alla locanda de’ Lagresti, un’osteria. Tutto quanto per incontrare la richiesta del Capitano del Popolo che non ambiva a dare solennità ai loro incontri. Era meglio far credere di essere un buon amico del Cardinale, col quale magari condivideva la passione per il buon vino, e non esclusivamente un suo suddito. L’oste peraltro era una persona dotata di inusuale discrezione: parlava poco con chiunque e considerava qualsiasi rapporto concluso e dimenticato al momento del pagamento dei conti. Quale luogo sarebbe stato migliore di quello per mantenere riserbo su una questione esecrabile? Quanto veniva riferito tra quelle mura, che scendevano sottoterra di qualche gradino, tra quelle mura sarebbe rimasto. Così il Capitano credeva di guadagnare credibilità sulla gente e nel contempo cedeva la città a Innocenzo VI.
Scuotendo la testa ebbe nuovamente la tentazione di sorridere, nonostante fosse abituato alla vigliaccheria di chi aveva l’ardire di mettersi tra sé e i suoi intenti. Si trattenne e avanzando rapidamente, quasi a voler recuperare il tempo trascorso a riflettere, si infilò dentro al confortevole cocchio. La vettura iniziò a muoversi verso ovest, coi cavalli al passo. Sarebbero arrivati di lì a poco sulla piazza che ospitava la cattedrale di Santa Maria Assunta, vicino alla quale si trovava la locanda dove era atteso.

3.
Fece arrestare il suo mezzo di trasporto nella piazzetta antistante il convento domenicano di San Paolo. Da una stradina secondaria avrebbe raggiunto le sue stanze, che pagando di tasca propria aveva ottenuto in una locanda che nulla aveva a che fare con gli istituiti religiosi. Qui si sarebbe cambiato d’abito e, dando così meno nell’occhio, sarebbe sceso al locale dove era atteso dal Capitano del Popolo.
Anche quest’ultimo aveva optato per un abbigliamento tutt’altro che fastoso e se ne stava in un angolo, con un copricapo modesto calato sulla fronte. Bartolomeo de’ Lagresti, per tutti Meo, aveva capito tutto. Ma si guardava bene dal darlo a vedere e serviva da bere come se avesse avuto davanti due vagabondi. Tanto si era calato nella parte che li scrutava in cagnesco.
Prima di entrare Gil si era soffermato a osservare la cattedrale che custodiva il miracolo di Bolsena. Era incredibile quanto si potesse ottenere dalla vendita delle indulgenze. Quel Maitani poi aveva fatto un ottimo lavoro, rimettendo mano all’abside e al transetto. La facciata prendeva forma con un inconfondibile stile gotico e con qualche ampliamento qua e là sarebbe potuta divenire anche basilica minore, pensava il cardinale. Nella piazza il sole era ormai calato e spandeva una luce arancione che si impastava con le nuvole cineree, dando luogo a un colore tutt’altro che confortevole. L’area era deserta, a parte un falconiere che stava addestrando senza successo una giovane poiana: il cardinale guardava divertito l’uccello che pareva conversare con i bassorilievi della cattedrale e non ne voleva sapere di tornare al suo maestro. Si decise a entrare, compiaciuto di aver fatto attendere più del dovuto il suo ospite.
Tra un bicchiere di vino e un “come vostra Eminenza desidera”, Albornoz ebbe modo di constatare quanto potesse divenire bieco l’essere umano. Quell’impertinente, fregandosene del destino delle sue genti, aveva persino osato chiedere quale sarebbe stato il suo compenso dopo avere accettato il controllo della città da parte della Santa Sede. Gil, portando la mano destra al fodero del pugnale dal quale non si separava mai, aveva risposto con un sorriso beffardo: «L’indulgenza plenaria, amico mio!»
Il Capitano aveva compreso di non potersi spingere oltre e, con un accordo verbale che valeva più di mille pergamene firmate col sangue, si rimise al volere del potere della Chiesa, rappresentato in quel momento da uno dei suoi membri più autorevoli.
Albornoz, rimasto solo, era concentrato sul fuoco che ardeva scoppiettante. Decise che avrebbe consumato la cena ai Lagresti, vista l’ora giunta largamente oltre il coprifuoco, con forte disappunto dell’oste che, data la scarsità di avventori, avrebbe voluto chiudere in fretta e andare a riposare alla sua dimora. Quel cliente pagava bene, però. Sovente più del dovuto.
«Meo, se la cosa vi aggrada, potete chiudere le porte. Sarete così pronto a recarvi a casa in men che non si dica quando avrò desinato». Il locale si sarebbe riempito di aroma di legna bruciata, cosa che non dispiacque affatto al cardinale.
L’oste non se lo fece ripetere e, dopo aver grugnito per manifestare il suo assenso, si accinse a serrare le pesanti ante di castagno che isolavano la locanda dal resto del mondo.
Appena prese in mano il primo catenaccio, da fuori sentì che qualcuno stava bussando con una inusuale foga.
«Per cortesia, per l’amor del cielo! Aprite a un umile servo del Signore desideroso di ristoro dopo tanto viaggiare». Una voce maschile aveva rotto il silenzio e sovrastato il monologo che il focolare stava tenendo.
Meo guardò Albornoz, come a chiedere il da farsi. L’eminente prelato fece un cenno col capo invitando l’oste a aprire le porte, incuriosito da tanta insistenza.
Non fece in tempo a tirare il catenaccio, e quello che si poteva definire un amabile fratacchione nell’intento di precipitarsi a entrare, rischiò letteralmente di rotolare sui gradini, tanta era la foga.
Il saio era costituito da un ruvido sacco grigio cinerino col cingolo legato a quello che si intuiva essere il punto vita, data la manifesta grassezza del frate. I capelli brizzolati e arruffati con la chierica al centro della testa, una barba del medesimo colore trascurata da giorni e l’aspetto trasandato in genere lo avrebbero potuto collocare tra le file dei mendicanti che di giorno si disponevano ordinati per la questua davanti alla chiesa. Sudava nonostante il freddo che c’era fuori e il contatto col calore all’interno del locale lo fece grondare copiosamente.
Gil sapeva chi era quell’uomo, anche se non lo aveva mai incontrato di persona. Frate Luigi Tolomei, da Guasto, del convento di Maria Santissima della Misericordia, era un francescano dell’ordine dei Minori Conventuali. Studioso e erudito, amante delle scienze e della letteratura, era uno dei più stimati consiglieri del Papa, che più volte lo aveva richiamato in quel di Avignone per risolvere controversie e indagare su questioni spinose. Il suo aspetto, che non nascondeva la sua naturale attrazione per il cibo e il buon vino, avrebbe tratto in inganno chiunque e nessuno si sarebbe mai figurato che quell’omone fosse così colto e raffinato al pari di un inquisitore.
«Vostra eminenza, che fortuna avervi trovato qui!» esordì falso dopo aver ringraziato l’oste.
Mi stavi cercando, pensò il cardinale facendosi pervadere la schiena da un brivido.
«Vostra eminenza consentirà a un povero frate in viaggio da giorni di sedersi al suo desco?»
Come se avessi scelta, ipocrita di un predicatore. Non è che Gil avesse timore del frate, però era come se provasse curiosità per qualcosa che era meglio non scoprire. A malincuore acconsentì.
Ordinarono fagioli all’umido e cinghiale. Una bottiglia di vino rosso venne posta a centro tavola per far loro compagnia: la candela accesa dietro il vetro faceva apparire il vino della consistenza del sangue. Dopo i primi bicchieri l’alito vinoso si mischiò alla puzza di sudore e il fuoco che andava esaltò le esalazioni.
«Quale buon vento vi porta a Orvieto, fra’ Luigi?» chiese Gil con una punta d’ironia.
«Vostra grazia mi conosce e la qual cosa mi onora. Con un altro goccio salteremo i convenevoli di una noiosa e reciproca presentazione e potremo finalmente godere delle delizie del caro Meo», disse girando la testa in direzione dell’oste, che per l’occasione si era messo sugli occhi il suo sguardo più tetro. Avrebbe dovuto chiudere le porte più di un’ora prima, al tramonto. Invece era ancora nella locanda a preparare da mangiare per qui due avventori. Ma non poteva fare altrimenti. Sapeva chi erano e di cosa fossero capaci. Continuò a sbuffare cucinando, rassegnato al suo destino di quella sera.
Albornoz non apprezzò il modo con cui il frate aveva eluso la sua domanda e, simulando inappetenza, fece per accomiatarsi. Ma frate Luigi lo bloccò afferrandolo per un braccio.
«Vostra grazia vuole già ritirarsi senza manco conoscere gli estremi del mio lungo viaggio?» lo riprese con gli occhi spiritati. «Suvvia eminenza, siamo in fondo due uomini di Chiesa. Fate sì che io possa dire di aver gioito della vostra compagnia per un poco».
Al cardinale non rimase che rimettersi a sedere. Ma non ci stava a subire quelle gli parevano la angherie del frate e volle passare al contrattacco. Pensò al pugnale in un primo momento, poi decise che avrebbe potuto tenergli testa con la sola azione verbale.
«Non vi nego che l’incontrarvi mi incuriosisce parecchio. La vostra fama vi precede senz’altro, ma il modo in cui avete cambiato discorso dopo la mia domanda mi fa pensare che forse non devo considerare casuale la vostra visita», fece con piglio deciso. «Anzi, voglio andare oltre ritenendo che forse non sarete più di tanto interessato ai manicaretti di questa locanda, ma piuttosto ai suoi avventori. A uno in particolare», e nelle ultime parole appoggiò i gomiti sul tavolo di quercia e lo fissò dritto negli occhi, a mo’ di sfida, riprendendo quella sicurezza che per un infinitesimo aveva percepito venire meno.
«La saggezza di vostra grazia supera di gran lungo i sotterfugi di questo umile servitore di Dio», proseguì il fratacchione di rimessa. «In effetti debbo confessare che la via percorsa fino a oggi doveva condurmi a voi. Ma non credete, vi prego, che venga a disturbarvi per mia iniziativa. No, no e poi no! Mai mi permetterei di importunare un nobile condottiero come voi, che tanti servizi ha reso al nostro amato Papa», si schermì battendosi il petto. «A dire il vero è proprio per Innocenzo VI che le nostre strade si sono incrociate».

4.
I pochi attimi di silenzio che seguirono all’ultima frase del francescano parvero non finire mai. Che voleva il Papa? pensava Abornoz calato ormai in un misto di curiosità e timore reverenziale. E perché mai aveva mandato quel grottesco emissario a estorcergli chissà quali informazioni.
«Non temete, vostra grazia», sembrò che frate Luigi avesse letto il suo pensiero. «Non è sua Santità che mi manda in via diretta a importunarvi, cosa che peraltro vorrei fosse l’ultima a verificarsi», si scusò ossequioso. «Si tratta di una modesta deduzione di un umile frate».
«Temo di non comprendere, allora, le ragioni che vi spingono a occupare il mio desco», disse irriverente recuperando quella sicurezza che aveva visto vacillare, mentre addentava un pezzo di cinghiale. «Vi suggerisco pertanto di arrivare al punto, così che io possa terminare il mio pasto in santa pace e andare a coricarmi. Lunghe giornate sono a venire, lunghe e laboriose. Non debbo certo stare qui a raccontarvi la politica di difesa di sua Santità per la cui realizzazione si è affidato alla nostra persona».
«Ci mancherebbe vostra grazia!» esclamò il frate. «Chi non conosce l’ormai nota e apprezzata politica delle rocche?» continuò retorico. «Il fatto è che sua Santità», gli si avvicinò appoggiando le mani sul tavolo, quasi sussurrando, «in modo del tutto casuale si trovava a cercare uno dei vostri più efficienti colonnelli, don Amancio Percalle, lo conoscete vero?» C’era qualcosa dietro lo sguardo del frate. Indecifrabile come l’espressione della Sfinge. Ma non prometteva nulla di buono.
Il cardinale Albornoz ebbe un sussulto quando udì quel nome. Ma si riscosse in un batter d’occhi e autorizzò fra’ Luigi a continuare, nascondendo abilmente la curiosità che lo stava divorando.
«Ebbene, il Papa aveva pronta un’onorificenza per don Amancio e ha mandato questo suo indegno servo a cercarlo a Toledo, la sua patria, dove voi asseriste si era ritirato per problemi di salute».
Gil non poté nascondere ora la sua impazienza e, con un cenno della mano, lo invitò a continuare. Aveva lo stomaco chiuso, ma si impose di mangiare per non destare dubbi nel frate.
«Mi dovete credere, eminenza, da Toledo ho percorso tutta la strada che il vostro esercito ha percorso per riconquistare quello che avevamo perso. Sono esausto e non so come possa reggermi ancora su queste stanche vecchie gambe», si asciugò il sudore dalla fronte con una manica del saio. «Di Percalle neanche una traccia!» batté le mani in uno schiocco facendo sobbalzare il porporato. «Perdonatemi eminenza, non volevo…»
«Continuate Tolomei, voglio proprio vedere dove andrete a parare», lo incitò Albornoz minaccioso, conscio del fatto che ora non riusciva più a coprire il suo interesse.
«Quello che mi porta a voi è quanto accaduto alle porte di Forlì, perdonatemi vi prego se sono costretto a ricordarvelo: la sola singolare occasione dove voi e i vostri condottieri vi siete arrestati ha coinciso con il momento in cui di don Amancio non si sono avute più notizie».
«Perché mai dovrei avere notizie di Percalle? Lo ho congedato e inviato con un cocchio alla sua città natale! Non mi sono di certo posto il problema di seguirlo o farlo seguire. Dovreste sapere peraltro che mi trovavo in Avignone per un delicato confronto con Innocenzo VI e francamente la sola cosa che ho da dirvi è che avete fatto inutilmente un lungo viaggio».
Gil parlava ora alzando la voce. Avrebbe volentieri dato un pugno sul tavolo e preso in mano il pugnale per chissà quale atto scellerato. Meo non avrebbe di sicuro rivenduto alla città quanto avesse ascoltato o veduto. Il problema era il frate. Quel frate maledetto che non si volle risparmiare e proseguì in quell’interrogatorio mascherato da amicale dialogo.
«Lungi da me dubitare delle parole di vostra eminenza! Ho solo ritenuto, in buona fede vi prego di credermi», sfoggiò di nuovo quel sorriso finto, «che magari conversando potesse venire fuori qualche particolare utile a risolvere questo mistero. Perché vedete, nel corso del mio viaggiare ho raccolto parecchie informazioni. Vostra grazia, per la carica che riveste, non si potrà mai confrontare con la gente del popolo. Saranno sempre diffidenti per la differenza sociale che, giustamente, vige. Dovreste vedere invece come si aprono davanti a un povero frate: mi hanno considerato alla loro stregua, come il più umile dei pastori, e hanno parlato, riferendo talvolta anche fatti disdicevoli. Vostra grazia avrà la bontà di perdonarmi se dovrò riportare le cose come stanno, ma dal momento che Innocenzo VI in persona mi ha conferito ufficialmente l’incarico, non posso assolutamente esimermi dal proseguire». Ingollò un bicchiere di vino e a stento trattenne un rutto. «Non posso perché da quando del condottiero si persero le tracce, sua Santità ha incaricato la nostra modesta persona di ritrovarlo e adesso mi ritrovo in missione per conto della Santa Sede». L’ultima frase seppe di sentenza.
Albornoz riprese a mangiare. Voleva nascondere l’imbarazzo e il timore per quanto appreso dal frate. Un’amara verità era stato obbligato a nascondere e la fantasia di quel Tolomei stava riportando a galla quanto lui aveva sepolto.
Era da tempi purtroppo immemori assai tollerato e risaputo che un prelato, anche di alto rango, potesse cedere alle tentazioni dell’amore terreno. Ma era estremamente pericoloso essere scoperti a giacere con persone del medesimo genere.
L’omosessualità era punita con la pena di morte e quando Amancio Percalle aveva minacciato il cardinale di rendere pubblica la loro passione, pretendendo denari in cambio di silenzio, a Gil era calato un velo nero sugli occhi, abile a coprire la nefandezza che si accingeva a compiere. Approfittando del coprifuoco, con l’aiuto del suo fido cocchiere Bastiano, lo aveva trasportato dai suoi alloggi fino alla porta Soliana e lì aveva donato per sempre il corpo del suo amante alla terra. A nessuno sarebbe venuto in mente di frugare sotto l’imponente arco gotico. Meno che mai una volta ultimata la sua Rocca.
Luigi da Guasto non poteva sapere. Amancio gli aveva detto che con lui era stata la prima volta, come del resto lo era stata per Gil: travolti dalla passione che involse nell’amore materiale distruggendosi.
No. Il frate era sicuramente allo scuro. Gil doveva solo fare una buona recita. Senza emozioni. Mangia piano e bevi poco, si ripeteva inspirando. Nulla può accadere.
«Molto bene», riprese fra’ Luigi esortato a continuare da Albornoz. «Sapete quale cosa mi ha lasciato in verità esterrefatto?»
Il cardinale ovviamente non ne era a conoscenza e fece segno di proseguire con la mano che teneva il coltello. Il frate si avvicinò e gli sussurrò: «Circola voce dalle terre di Romagna alla Marca Anconetana che don Amancio abbia modi da pederasta».

5.
«Quali baggianate andate dicendo!» esclamò Albornoz senza alzare la voce. «Tacete per Dio, non portatemi alla blasfemia. Sapete bene eppure che questo genere di comportamenti si cura con la sola pena della morte. Neanche avete conosciuto don Amancio, un uomo impavido che ha stroncato vite in nome di nostro Signore. Mi rifiuto di credervi», disse perentorio, «e guardatevi dal fare certe affermazioni senza un briciolo di prove». La minaccia non era affatto velata.
Tolomei non poté fare a meno di notare che il prelato stava difendendo a spada tratta lo sparito condottiero.
«Avete ragione, eminenza, non ho prove a supporto di quanto ho sostenuto poc’anzi, se non le voci di alcuni contadini», si schermì il frate, «ma da quanto ho appreso questi bifolchi avevano spinto le loro figliuole tra le braccia di lui, per sistemarle, come si usa in questi tempi moderni, sapete?» chiese retoricamente senza aspettarsi una risposta. «Un condottiero dell’esercito di vostra grazia è un partito ambito in questi tempi di miseria, ma don Percalle nemmeno le degnava di uno sguardo».
«Perdonatemi fra’Luigi, ma non avete pensato che Amancio potesse avere una famiglia che lo attendeva a Toledo e per restare nella grazia di Dio neanche si è fatto sfiorare dal pensiero di tradire la sua consorte?» Ritenne che quanto aveva risposto al frate fosse quello che gli occorreva per riprendere una posizione dominante. E volle infierire. «Mi meraviglio di come un uomo di chiesa come voi, per giunta erudito, abbia preferito dare retta a illazioni di quel genere invece di trovare la soluzione più ovvia. Mi auguro che abbiate fatto luce in questo senso nelle menti di quei bifolchi».
Don Amancio Percalle era in effetti sposato con prole e ogni mese la moglie, che non sapeva affatto di essere vedova, riceveva la paga del marito, opportunamente maggiorata per le condizioni di bisogno in cui versava, da un emissario della Santa Sede. In gran segreto.
«Per l’amore del cielo lo ho fatto!» Corse subito a difendersi il frate. «Proprio quando mi mostrai costernato per simili affermazioni, mi giunsero altre voci, come se volessero asserire con forza la deviazione di don Percalle».
«Continuo a non seguire i vostri discorsi strampalati», gli fece il cardinale Albornoz di rimando. «Se avete qualcosa da dire, ditela, vi ripeto. Non fate troppi giri di parole affinché non creda che vogliate abbindolarmi».
«Vostra grazia non può pensare che un umile servo…»
«Vostra grazia un corno!» Gil si sentiva forse preso per i fondelli. E sbottò. «Chi credete di essere? Non penserete che da bravo investigatore col saio possiate farla a uno come me! Non dimenticate che state parlando con l’arcivescovo di Toledo, cardinale di Santo Pietro. Vi concedo il tempo che impiegherò per bere questo bicchiere di vino, terminato il quale toglierete il disturbo e scomparirete dalla mia vista». Il cardinale chiamò in causa la gerarchia, sentendosi perso. Pareva un arciere che doveva scagliare l’ultimo dardo.
«Perdonatemi monsignore, non era mia intenzione», il frate sembrava veramente pentito. «Arriverò al punto: alcuni giovinetti romagnoli e marchigiani», non può essere pensava Gil, «riferiscono di essere stati importunati carnalmente», disse che ero stato l’unico, «da don Percalle».
Gil comprese che avrebbe avuto di lì a poco un calo di pressione. In pochi attimi sarebbe divenuto pallido, rivelando così la sua triste verità a quel frate. La sua parte razionale prese il sopravvento e impose alla sua carcassa di ingollare un bicchiere di vino rosso: la pressione si sarebbe alzata immediatamente e il suo volto non avrebbe cambiato colore. Per non parlare del fatto che avrebbe scongiurato così un inevitabile tremore corporeo.
Neppure si rese conto di avere compiuto tutti quei gesti studiati quando prese la parola.
«Quanto riportate, fra’ Luigi», era ripassato strategicamente a un tono più confidenziale, «ci allarma e ci impone di mettere tutti i mezzi che possediamo a vostra disposizione, affinché venga fatta luce sulle nefandezze di cui avete avuto novella».
«Sia lodato il Signore, vostra eminenza!» il tono del frate non era cambiato di una virgola. «Ho temuto che la mia esposizione potesse avere dato luogo a malumore in vostra grazia. Invece siete talmente intelligente da volere andare a fondo in questa vicenda, per scongiurare ogni comportamento disdicevole perpetrato dagli uomini al servizio della Chiesa».
«Non mi rimane altro da fare», intercalò Gil, galvanizzato.
Il vino era ormai terminato e l’oste, che aveva passato lautamente l’orario, non ostentava desiderio di servirne altro. Il silenzio che regnava fra i due avventori non sapeva più di imbarazzo. Frate Luigi si attendeva nei giorni a venire una fattiva collaborazione da parte del cardinale. Anche se non ci sperava.
Meo si stava già muovendo con lo spegnimoccolo, segno inequivocabile che la serata volgeva al termine, avendo tollerato oltremodo quelle illustri presenze.
«Fra’ Luigi, il di’ si è protratto forse troppo», fece perentorio il cardinale. «Vi propongo di accingerci a godere del giusto riposo, confidando nei suggerimenti che la notte non sarà parca di portarci».
«Dopo le innumerevoli miglia percorse da questo corpo stanco, non potevo chiedervi di meglio», disse il frate a complemento di tutto quello scambio di motti. «Alloggio proprio qui sopra, nella speme che Meo mi abbia deliziato di una delle sue stanze più confortevoli». Strizzò gli occhi gonfi in direzione dell’oste che visibilmente manifestava intolleranza, non disposto più a concedere attimi a quei due.
Frate Luigi da Guasto, recuperate le forze, si stiracchiava nel suo giaciglio leggendo distrattamente la Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino. Ne era affascinato e si aspettava avrebbe influenzato grandemente il cattolicesimo negli anni a venire. Non poteva nemmeno non pensare alle parole del cardinale Albornoz. Poteva avere qualcosa da nascondere? Se così fosse stato, sarebbe dovuto stare accorto alle parole del prelato nei giorni a seguire.
Meo, rientrato tardi a casa, si era dovuto giustificare con la sua consorte, cercando di spiegare senza effettivamente menzionare troppe verità. La moglie era salita su tutte le furie, ma poi aveva acconsentito a accoglierlo nel talamo nuziale. Prima di quella operazione volle dare la buonanotte alle sue due figlie: le guardò al lume della candela sperando che prima o poi anche loro avessero trovato un buon partito. Con due femmine e un’osteria da tirare avanti, sarebbe stata dura.
Il cardinale Albornoz alle tre del mattino era vestito di tutto punto, in abiti per nulla sgargianti, più consoni a un’escursione nella macchia che a una sortita ufficiale.
Passato poco più d’un quarto d’ora si trovava davanti alla stanza di frate Luigi da Guasto. Recava in mano le chiavi che Meo gli aveva passato prima di congedarsi. Infilandole nella toppa constatò che il frate aveva chiuso col chiavistello dall’interno. Sfoggiò quindi il baselardo che non fece fatica a infilarsi, con la sua lama sottile, nell’aria che c’era tra le due ante e si liberò di quell’ostacolo. La camera era al buio. Prese il pugnale per colpire e si fiondò su quello che aveva intuito essere il letto, in penombra. La lama andò a fondo troppo facilmente e in un attimo Tolomei fu sopra le spalle del cardinale.
«I miei pensieri non si sono allontanati troppo dalla realtà!», gridò il frate in preda a un’eccitazione che sapeva di trionfo.
Provò una sensazione indefinibile, opposta alla precedente, quando sentì l’avambraccio di Bastiano premere con forza sulla carotide e comprimere le vene giugulari. Albornoz si scrollò rapidamente di quel peso ormai innocuo e, senza far passare un istante gli trafisse il cuore con il baselardo, con la facilità con cui si poteva attraversare una stringa di lardo.
Un somaro da tiro trasportò il carro con il grasso corpo del frate fino alla Porta Soliana. I cavalli, coi ferri agli zoccoli, avrebbero fatto più scalpore, suscitando la curiosità di qualche dirimpettaio che avrebbe aperto le imposte per vedere quello che stava accedendo, nonostante il coprifuoco.
Adagiato alla destra della Porta Soliana, dentro una buca scavata dal fedele Bastiano, giaceva ora il cadavere di frate Luigi da Guasto, in procinto di essere ricoperto.
«Domattina manderemo un messo al Conte di Montemarte. I lavori dovranno iniziare quanto prima. La Chiesa ha bisogno di questa fortezza. Il bravo Ugolino dovrà affiancare un altro arco alla Porta Soliana e da qui edificare la rocca. Dove prima entrava il sole nascente, si creerà uno spazio per la notte che, inesorabile, prende sempre il posto allo splendore. È nostra ambizione vivere nella luce, ma non ci dimenticheremo mai che essa è possibile solo attraversando le tenebre».
Era passato da pochi giorni l’anno 1360 e il cardinale Gil Alvarez Carrillo de Albornoz, Egidio alla storia, in una gelida mattina di un inverno che stava per finire, pose la prima pietra sull’imponente edificio che sarebbe divenuto la Rocca di Albornoz.